I SETTE ERRORI PIÙ COMUNI QUANDO SI MISURA LA PRESSIONE ARTERIOSA

 

 

 

 

 

 

 

1. Il bracciale è troppo piccolo. Se il bracciale è troppo piccolo la pressione potrebbe essere maggiore di 2-10 mmHg. Acquistare un bracciale di dimensioni adeguate al braccio (il farmacista può essere d’aiuto).

2. Posizionare il bracciale sopra gli abiti. Avvolgere il bracciale sugli abiti, errore piuttosto comune, può aggiungere da 5 a 50 punti alla lettura. Meglio assicurarsi che il bracciale sia posizionato sul braccio nudo.

3. Braccio non supportato. Se il braccio è appeso al fianco o lo si tiene alzato durante la lettura, si potrebbero osservare valori fino a 10 mmHg più alti. È importante posizionare il braccio su una sedia o un tavolo, in modo che il bracciale di misurazione sia all’altezza del cuore.

4. Schiena o piedi non supportati. Un supporto scadente in posizione seduta può aumentare la lettura di 6-10 mmHg. Bisogna assicurarsi di essere su una sedia con la schiena appoggiata e i piedi sul pavimento o su uno sgabello.

5. Sedersi con le gambe accavallate. Potrebbe aumentare la lettura della pressione di 2-8 mmHg. È meglio disincrociare le gambe e assicurarsi che i piedi siano supportati.

6. Parlare durante la misurazione. Rispondere alle domande, parlare al telefono, può aggiungere 10 mmHg alla lettura. È importante rimanere fermi e silenziosi per garantire una misurazione accurata.

7. Avere la vescica piena. Può aggiungere 10-15 mmHg alla lettura. Si dovrebbe sempre svuotare la vescica prima di misurare la pressione.

RIDUZIONE DEL SALE ALIMENTARE E PRESSIONE ARTERIOSA

Uno studio americano ben condotto fa un po’ di chiarezza sulla relazione tra sale alimentare e pressione arteriosa. Nello studio gli Autori hanno esaminato gli effetti della riduzione del sodio alimentare associata o meno a una dieta DASH (Dietary Approaches to Stop Hypertension), una dieta a basso contenuto di grassi saturi e colesterolo, e ricca di frutta, vegetali e prodotti caseari poveri in grassi, sulla pressione arteriosa sistolica (SBP) e diastolica (DBP) in 412 individui (57% donne, età media 48 anni) che non assumevano farmaci anti-ipertensivi, suddivisi in 4 gruppi, in funzione della SBP basale: <130 mmHg; 130-139 mmHg; 140-149 mmHg e ≥150 mmHg. I partecipanti hanno consumato una dieta DASH o una tipica dieta americana, ciascuna contenente tre diverse quantità di sodio (basso: 1150 mg/die; medio: 2300 mg/die; elevato: 3450 mg/die) per periodi di 4 settimane.

Sia la riduzione del sale alimentare, che la dieta DASH, hanno prodotto riduzioni della SBP e della DBP, che diventano più importanti con l’aumentare della SBP basale. L’effetto ipotensivo della riduzione del sale e della dieta DASH è additivo, fino a raggiungere l’impressionante riduzione di 20.8 mmHg di SBP nei soggetti con SBP basale ≥150 mmHg che consumano una dieta DASH a basso contenuto di sodio rispetto a coloro che consumano una dieta “americana” a elevato contenuto di sodio (Figura).

I risultati dimostrano che un’alimentazione equilibrata a basso contenuto di sodio produce un’importante riduzione della pressione arteriosa in soggetti con vari gradi di ipertensione e rafforzano il concetto che la modifica delle abitudini alimentari ha un ruolo importante anche nel controllo della pressione arteriosa.

J Amer Coll Cardiol (IF=19.896) 70:2841,2017

I VALORI PRESSORI PRE-TRATTAMENTO INFLUENZANO IL BENEFICIO DELLA TERAPIA ANTI-IPERTENSIVA

Questa metanalisi ha analizzato l’associazione tra terapia anti-ipertensiva, mortalità e malattia cardiovascolare in pazienti con diversi valori basali di pressione arteriosa. In particolare, sono stati valutati 74 trials clinici che includevano un confronto tra terapia anti-ipertensiva e placebo o tra diversi target pressori, per un totale di 306.273 pazienti (età media 63 anni); gli outcome della metanalisi sono rappresentati da mortalità cardiovascolare e da tutte le cause, eventi cardiovascolari maggiori, coronaropatia, stroke, scompenso cardiaco e insufficienza renale end-stage. In prevenzione primaria, l’associazione tra riduzione dei valori pressori ed eventi cardiovascolari dipende dalla pressione arteriosa sistolica (PAS) basale: in particolare, la terapia anti-ipertensiva riduce la mortalità (RR 0.93; 95% CI, 0.87-1.00) e gli eventi cardiovascolari (RR 0.78; 95% CI, 0.70-0.87) in caso di PAS basale > 160 mmHg; nei pazienti con PAS 140-159 mmHg, la terapia riduce la mortalità in modo simile (RR, 0.87; 95% CI, 0.75-1.00), mentre è più debole l’effetto protettivo su eventi cardiovascolari maggiori (RR, 0.88; 95% CI, 0.80-0.96). Nei pazienti che presentano una PAS basale < 140 mmHg, la terapia anti-ipertensiva non riduce mortalità (RR, 0.98; 95% CI, 0.90-1.06) ed eventi cardiovascolari maggiori (RR, 0.97; 95% CI, 0.90-1.04).

I risultati indicano che in prevenzione primaria, pazienti con PAS < 140 mmHg (inclusi quindi gli ipertesi allo stadio 1 secondo le ultime linee-guida americane, Figura) non dovrebbero assumere farmaci anti-ipertensivi, che invece sono efficaci in pazienti con ipertensione più grave.

JAMA Intern Med. (IF=16.538) 178,2018:28-36

VARIABILITÀ PRESSORIA ED EVENTI CARDIOVASCOLARI

La pressione arteriosa (PA) è un parametro assai variabile, che cambia minuto per minuto, giorno per giorno. La grandezza di questa variabilità dipende da una serie di fattori, che includono la rigidità delle arterie, il tono simpatico, il rilascio di sostanze vasoattive (vasocostrittrici e vaso dilatanti), la sensibilità dei barorecettori. La PA varia anche ogni volta che viene misurata (dal medico o dal paziente stesso), influenzata dai fattori di cui sopra, ma anche dall’aderenza alla terapia antiipertensiva, dal tipo di farmaco antiipertensivo, dal momento dell’assunzione della terapia rispetto al momento della misurazione, dall’intensità del trattamento antiipertensivo e dall’età del paziente. Esistono dati, peraltro molto contraddittori, che sembrano associare la variabilità della PA da visita medica a visita medica a un aumento degli eventi cardiovascolari e alla mortalità nei pazienti ad alto rischio in trattamento antiipertensivo.

A chiarire la questione hanno provveduto i ricercatori dello studio SPRINT (Systolic Blood Pressure Intervention Trial), che hanno condotto un’analisi post-hoc in una coorte di 7879 partecipanti randomizzati a obiettivi di pressione sistolica (PS) intensivi (<120 mm Hg) o standard (<140 mm Hg). La variabilità pressoria (OBPV) è stata calcolata come il coefficiente di variazione della PS misurata durante le visite a 3, 6, 9 e 12 mesi dello studio. Nella coorte esaminata, l’età più avanzata, il sesso femminile, la razza nera, il fumo, la malattia renale cronica e la malattia coronarica erano determinanti indipendenti di una maggiore OBPV. L’uso di diuretici di tipo tiazidico o di bloccanti del canale del calcio diidropiridinici era associato a una OBPV più bassa mentre l’uso di inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina o di bloccanti del recettore dell’angiotensina era associato a una OBPV maggiore. Non vi era alcuna differenza nell’OBPV tra i partecipanti randomizzati a gruppi di trattamento standard o intensivo.

L’OBPV non è risultato associato all’end-point primario dello studio (eventi cardiovascolari fatali e non), all’insorgenza di ictus o insufficienza cardiaca. Nel 20% di pazienti con OBPV maggiore (quinto quintile) la mortalità totale era significativamente elevata (HR: 1.92; CI 1.22-3.03), ma nell’intera casistica esaminata, la relazione tra OBPV e mortalità non raggiungeva la significatività statistica (P=0.07). A conclusione del lavoro, gli Autori suggeriscono che i medici si concentrino sui valori assoluti di PA raggiunti con il trattamento, e in particolare sull’aderenza alla terapia antiipertensiva, senza considerare la variabilità pressoria. Almeno fino a quando studi prospettici ad hoc non dimostrino che una riduzione della variabilità pressoria si associ ad una riduzione di eventi cardiovascolari e mortalità.

Hypertension (IF=6.857) 70:751,2017

IL RISCHIO DI DEMENZA È PIÙ ALTO NELLE DONNE IPERTESE IN ETÀ ADULTA RISPETTO AGLI UOMINI

In questo ampio studio è stata valutata l’associazione tra ipertensione in età adulta e demenza in 5.646 individui (3095 donne e 2551 uomini) di cui erano disponibili i valori di pressione arteriosa (PA) registrati in due periodi successivi, nel 1964-1973 (età media 32,7 anni) e 1978-1985 (età media 44,3 anni), e l’incidenza di demenza nel decennio 1996-2015. La prevalenza di ipertensione in età adulta era maggiore negli uomini che nelle donne.

Durante il follow-up, 532 individui (298 donne e 234 uomini, in entrambi i casi poco più del 9%) hanno sviluppato una demenza. La presenza di ipertensione alla prima rilevazione era associata a un aumento del 65% del rischio di demenza tra le donne, ma non gli uomini. Anche l’insorgenza di ipertensione tra la prima e seconda rilevazione si associava a un aumentato rischio (73%) di demenza nelle donne. Esistono evidenze che nelle donne l’ipertensione causa danni maggiori che negli uomini sulla funzionalità renale e cardiaca; ora si aggiunge anche il cervello. Per ora possiamo parlare solo di associazione, in quanto i possibili meccanismi genere-specifici responsabili del peggioramento cognitivo nelle donne ipertese sono ancora sconosciuti.

Neurology (IF=8.320) 89:1886,2017

FANS E PRESSIONE ARTERIOSA. IBUPROFENE AUMENTA LA PRESSIONE PIÙ DI NAPROSSENE E CELECOXIB

Nel 2015, la Food and Drug Administration (FDA) ha rafforzato gli avvertimenti riguardo ai rischi cardiovascolari dei farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS),sia non selettivi che inibitori selettivi della ciclo ossigenasi-2 (COX-2). Il trial PRECISION, i cui risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine nel 2016, dimostrava che la sicurezza cardiovascolare di celecoxib non era inferiore a quella di naprossene o ibuprofene.

Nel sottogruppo del PRECISION analizzato in questo nuovo studio, 444 pazienti con artrite, è stato condotto un monitoraggio ambulatoriale della pressione sanguigna per 24 ore, all’inizio e dopo quattro mesi di somministrazione di celecoxib (100-200 mg al giorno due volte al giorno), ibuprofene (600-800 mg tre volte al giorno) o naprossene (375-500 mg due volte al giorno). La pressione media iniziale era simile tra i tre gruppi e pari a 125/75 mmHg. Dai risultati emerge che la pressione sanguigna sistolica media aumenta di 3,7 mmHg in chi ha assunto ibuprofene e di 1,6 mmHg in chi ha assunto naprossene, mentre è diminuita di 0,3 mmHg in chi ha assunto celecoxib. Tra i pazienti normotesi all’inizio dello studio si è sviluppata un’ipertensione nel 23,2% dei pazienti in terapia con ibuprofene, nel 19% di quelli in terapia con naprossene, e nel 10,3% di quelli trattati con celecoxib.

Eur Heart J (IF=20.212) 28/8/2017

RIGIDITÀ ARTERIOSA (ARTERIAL STIFFNESS) E IPERTENSIONE

La pressione arteriosa rappresenta, dopo l’età, il principale determinante della rigidità arteriosa (arterial stiffness). L’influenza della pressione arteriosa sulla rigidità vascolare dipende da una caratteristica intrinseca della parete arteriosa: la sua anisotropia.

L’equazione di Moens e Korteweg assume che la parete arteriosa sia isotropica, ossia che a un determinato stress (rappresentabile come pressione differenziale) corrisponda sempre la stessa distensione. Per una data variazione di volume (DV) in un determinato volume (V) in risposta a una variazione applicata di pressione (DP), il valore di DP×V/DV è noto come K (se la variazione di volume è espressa come variazione di diametro o di area la costante K è detta modulo elastico di Peterson). Tuttavia, tale assunzione non è giustificata per la parete arteriosa. Le tre principali componenti elastiche della parete arteriosa – collagene, elastina e cellule muscolari lisce – hanno valori molto diversi di K. Inoltre, la rigidità intrinseca delle varie componenti è influenzata dalle modificazioni della matrice mucopolisaccaridica in cui essi sono immersi. Il risultato è che il valore di K di una data arteria varia in maniera non lineare con la pressione e con la frequenza di applicazione dello stress. In altri termini, con l’aumento della distensione di un vaso (cioè, con l’aumento della pressione media) è necessaria una variazione di pressione (DP) sempre maggiore per ottenere la stessa dilatazione.

Dati sperimentali confermano che nei ratti spontaneamente ipertesi si verificano una serie di modificazioni strutturali della parete arteriosa (es. la riduzione delle fenestrazioni nella lamina elastica interna e un maggior numero di connessioni tra le cellule muscolari lisce e la lamina elastica interna), che ridistribuiscono il carico dalle componenti più elastiche, come l’elastina, a quelle più rigide come le fibre collagene, con il risultato di aumentare la rigidità complessiva della parete.

J Hypertens (IF=4.085) 26:182, 2008.

SODIO E PRESSIONE ARTERIOSA: DA DOVE VIENE IL SODIO CHE MANGIAMO?

Gli studi epidemiologici indicano che un aumento dell’assunzione alimentare di sodio si associa a un aumento della pressione arteriosa (PA). Poiché gli stessi studi epidemiologici indicano nell’aumento della PA, anche a valori al di sotto di quelli che definiscono la condizione di ipertensione (ne abbiamo parlato le scorse settimane), uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare, per la proprietà transitiva, una riduzione dell’apporto alimentare di sodio si traduce in una riduzione della morbilità e mortalità cardiovascolare. Ma per implementare strategie volte a ridurre l’apporto alimentare di sodio dobbiamo capire da dove arriva il sodio che mangiamo. Per rispondere a questa domanda Harnack e i suoi collaboratori hanno condotto un importante studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista “Circulation”. Risultati per certi versi sorprendenti, che si riferiscono a una popolazione mista americana (neri, asiatici, ispanici e caucasici non-ispanici), ma sono verosimilmente riconducibili a quanto avviene anche nel nostro Paese e in altre Nazioni Europee. Ebbene, il 71% del sodio che mangiamo viene aggiunto durante la preparazione degli alimenti che poi andremo ad acquistare in negozi e supermercati; il 14.2% è presente costitutivamente negli alimenti, e solo il ~15% viene aggiunto dopo che gli alimenti sono entrati nelle nostre case: il 5.6% durante la cottura/preparazione delle pietanze, il 4.9% a tavola. Curiosamente, con l’avanzare dell’età, aumenta la quantità di sodio aggiunta dopo l’acquisto, forse a indicare un’alterazione del gusto e una maggior propensione per cibi “salati”. Queste percentuali sono sostanzialmente identiche a quelle rilevate in uno studio simile condotto più di 25 anni fa. In questo periodo, il consumo giornaliero di sodio è però diminuito dell’11%, e questo è ovviamente bene.

La conclusione che possiamo trarre da questo studio è che se vogliamo ridurre l’apporto di sodio con l’alimentazione dobbiamo fare più attenzione a quello che acquistiamo, leggendo bene le etichette e privilegiando alimenti a ridotto contenuto di sodio.

Circulation (IF=19.309) 135:1784, 2017

RISCHI E BENEFICI DI UN TRATTAMENTO AGGRESSIVO DELL’IPERTENSIONE

È a tutti voi noto che l’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare, e che una riduzione della pressione arteriosa, quando elevata, produce una marcata diminuzione della morbilità e mortalità cardiovascolare. Gli studi epidemiologici indicano che il rischio aumenta quando la pressione sistolica (PAS) supera i 115 mmHg, ma le linee-guida Europee e Americane raccomandano di ridurre la PAS al di sotto dei 140 mmHg. Lo studio SPRINT (Systolic Blood Pressure Intervention Trial) è stato disegnato e condotto per verificare se un obiettivo più aggressivo (ridurre la PAS a < 120 mm Hg) producesse un beneficio cardiovascolare superiore rispetto a quello ottenibile seguendo le raccomandazioni delle linee-guida in pazienti ad elevato rischio cardiovascolare, che non fossero diabetici, non avessero subito un ictus e non soffrissero di insufficienza cardiaca. I risultati mostrano una riduzione del 27% della mortalità per tutte le cause quando si raggiunge un target di PAS < 120 mmHg rispetto al target raccomandato di < 140 mmHg.

I potenziali benefici e rischi di uno stretto controllo pressorio nella popolazione generale sono stati stimati applicando i risultati dello studio SPRINT all’intera popolazione di americani adulti con le stesse caratteristiche dei pazienti reclutati nello studio SPRINT. È stato così calcolato che un trattamento intensivo dell’ipertensione (con un target di PAS < 120 mmHg) è in grado di prevenire ~107.500 morti all’anno, al prezzo di 56.100 episodi di ipotensione, 34.400 episodi di sincope, 43.400 disturbi elettrolitici gravi e 88.700 casi di danno renale acuto all’anno. In conclusione, un trattamento aggressivo dell’ipertensione produce una marcata riduzione della mortalità, ma richiede anche un accurato monitoraggio del paziente al fine di prevenire i potenziali rischi. D’altra parte è bene qui ricordare che, anche nelle nazioni cosiddette evolute, un numero ancor oggi molto elevato di pazienti ipertesi non sa di esserlo o non viene adeguatamente trattato, non raggiungendo i valori-target di PAS raccomandati dalle Società Scientifiche specializzate. In termini di politiche sanitarie, è forse più importante far emergere questa popolazione di pazienti ignoti o mal-trattati, che suggerire terapie aggressive con un rapporto beneficio/rischio incerto.

 Circulation (IF: 19.309) 135:1617, 2017.

COME SI MISURA LA RIGIDITÀ ARTERIOSA (ARTERIAL STIFFNESS)?

La scorsa settimana vi ho descritto cos’è la rigidità arteriosa (arterial stiffness). Vediamo oggi come si può valutare. Per una misurazione diretta della rigidità arteriosa è necessario misurare contemporaneamente, in maniera accurata e nello stesso segmento arterioso, l’andamento istantaneo della pressione e del calibro del vaso. Ciò è ottenibile solo con metodiche invasive, attraverso un accesso intraarterioso e l’uso contemporaneo di trasduttori di pressione e di sensori di flusso. La necessità dell’approccio invasivo ha ovviamente limitato lo sviluppo e l’applicazione clinica su larga scala di tale procedura.

È possibile però stimare la rigidità di un vaso o dell’intero sistema arterioso in maniera non invasiva. Negli anni sono state proposte molte misure non invasive di rigidità arteriosa, tra le quali la distensibilità/compliance arteriosa, la velocità dell’onda sfigmica, l’augmentation aortica (ossia il contributo dell’onda riflessa alla pressione differenziale aortica), la compliance oscillatoria, la pressione differenziale, e l’ambulatory arterial stiffness index derivato dalla relazione tra pressione arteriosa sistolica e diastolica durante un monitoraggio pressorio nelle 24 ore. Ciascuna di queste misure ha importanti limitazioni che ne condizionano l’utilizzo.

Tra le misure di arterial stiffness, si è nel tempo affermata come parametro di riferimento la velocità dell’onda sfigmica o di polso (pulse wave velocity, PWV), che trova fondamento sulla nozione che con l’aumento della rigidità di un’arteria aumenta la velocità di trasmissione dell’onda sfigmica. La PWV è considerata il gold standard tra gli indici di stiffness, in quanto mantiene il suo valore predittivo e prognostico anche dove altri indici si rivelano inaffidabili. La PWV si misura in metri al secondo e rappresenta la velocità con cui il flusso generato dal cuore si propaga all’interno dell’albero arterioso. Valori normali di questo parametro sono intorno ai 9-10 m/s, valore che aumenta con l’incremento della stiffness. Vi sono differenti metodi per misurare la PWV. L’arrivo dell’onda sfigmica è registrato in una arteria prossimale, come la carotide comune, e contemporaneamente in una distale, come la radiale o la femorale. La posizione superficiale di queste arterie rende possibile la valutazione dell’onda in maniera non invasiva (tonometrica, piezoelettrica, Doppler, impedenziometrica). Il tempo di ritardo tra l’arrivo di una parte dell’onda nei due siti e la distanza misurata tra essi permette la valutazione della PWV. La distanza misurata è una stima della reale lunghezza del letto arterioso esplorato, che non è perfettamente rettilineo. La PWV aortica può essere studiata anche tramite risonanza magnetica. La metodica ha il vantaggio di descrivere la reale lunghezza del vaso, anche se i costi e le difficoltà tecniche nell’eseguire studi con dei forti campi magnetici ne hanno limitato l’utilizzo.

Per approfondimenti si veda: Schillaci G, Parati G. Ambulatory arterial stiffness index: merits and limitations of a simple surrogate measure of arterial compliance. J Hypertens 2008; 26:182-185.