LA SAUNA FA BENE AL CUORE

La sauna finlandese è una forma di esposizione a calore passivo molto usata in Finlandia e in altri Paesi, soprattutto scandinavi, per rilassarsi. E ha numerosi benefici per la salute, grazie anche all’aria secca con un’umidità del 10-20% circa; la temperatura varia da 80°C a 100°C a livello del capo, ma è più bassa a livello del pavimento (circa 30°C), condizione che mantiene efficiente la ventilazione, assicurando condizioni confortevoli. La durata dell’esposizione dipende dal comfort individuale e dalla temperatura, di solito varia da 10 a 45 minuti.

Trenta minuti di sauna quattro volte a settimana diminuiscono il rischio di eventi e mortalità cardiovascolare. È quanto dimostrano ricercatori finlandesi, che hanno condotto uno studio, durato 15 anni, su quasi 1700 individui, età media 63 anni (range 53-74). Lo studio ha evidenziato come una maggiore frequenza di saune corrisponda a una minore mortalità cardiovascolare. La relazione è lineare: maggiore è il numero di saune settimanali, minore è la mortalità. La riduzione è del 29% in coloro che fanno la sauna 2-3 volte a settimana e del 70% in coloro che fanno la sauna 4-7 volte a settimana, rispetto a chi la fa una sola volta a settimana. Anche la durata della sauna (minuti/settimana) si associa linearmente alla mortalità cardiovascolare: quattro volte alla settimana per almeno 30 minuti è l’ideale.
La sauna ha un impatto positivo su funzione circolatoria e cardiovascolare. Il calore può migliorarle agendo sulle cellule endoteliali che rivestono le arterie, riducendone la rigidità, stimolando nella fase acuta il sistema simpatico e successivamente quello vagale, infine abbassando la pressione arteriosa. Attenzione, però, a non correre pericoli: la sauna è sconsigliata nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare, come quelli con scompenso cardiaco, ipertensione non controllata, ipotensione, o nei pazienti con infezioni acute, miocarditi, pericarditi, epilessia.

BMC Med (IF=9.088) 16:219,2018

IN QUANTO TEMPO SI MANIFESTANO I BENEFICI DELLA TERAPIA IPOLIPEMIZZANTE?

Il “Time To Benefit” (TTB) viene definito come l’intervallo di tempo che intercorre tra l’inizio di una terapia e la comparsa dei suoi risultati. Si tratta di una variabile che deve essere tenuta in considerazione non solo nella pianificazione dei trials clinici, ma anche nella pratica clinica per decidere se trattare un paziente in funzione dell’aspettativa di vita. Lo studio che proponiamo oggi ha confrontato il TTB calcolato per 24 trials clinici con farmaci ipolipemizzanti ed endpoints clinici.

I risultati mostrano che il TTB varia in modo considerevole, da 1 a 30 mesi, con una media di 13.1 mesi. Il TTB è più breve per le statine rispetto ai farmaci ipolipemizzanti di altro tipo (10.3 vs 20.0 mesi). Tra i trials con statine (n=17), il TTB è più breve per atorvastatina (n=6) rispetto agli altri farmaci della stessa classe (n=11), 4.75 vs 11.4 mesi. I trials che hanno valutato gli inibitori di PCSK9 hanno mostrato un TTB medio di 12 mesi. Tra le variabili che possono influenzare il TTB occorre includere il numero degli endpoints dei vari trials, i livelli basali di LDL-colesterolo, la popolazione oggetto di studio e il contesto clinico (prevenzione primaria, coronaropatia stabile o post-acuta, …), oltre alle caratteristiche specifiche dei singoli farmaci. Alcune evidenze indicano p.es. che l’atorvastatina produce un metabolita attivo dotato di potente azione antiossidante, che potrebbe influenzare favorevolmente il TTB.

J Clin Lipidol. (IF=3.580) 12:857,2018

ANCORA UN ALLARME SULL’EFFICACIA DELL’ASPIRINA IN PREVENZIONE PRIMARIA. QUESTA VOLTA NELL’ANZIANO

Una serie di grandi studi clinici sta sollevando importanti dubbi sull’efficacia dell’aspirina in prevenzione primaria. Alla fine di agosto, i risultati degli studi ASCEND e ARRIVE, che hanno reclutato quasi 30.000 individui a rischio cardiovascolare moderato o diabetici senza malattia cardiovascolare (ne abbiamo parlato su questa pagina), avevano dimostrato l’assenza di benefici da aspirina sulla mortalità e sugli eventi cardiovascolari. Ora un terzo colpo si abbatte sulla molecola. Sono stati pubblicati, in tre articoli contemporanei sul New England Journal of Medicine, i risultati dello studio ASPREE (Aspirin in Reducing Events in the Elderly), condotto in più di 19.000 individui di età superiore a 70 anni, senza malattie cardiovascolari, demenza o disabilità, quindi ancora in prevenzione primaria. Il trattamento consisteva in 100 mg/die di aspirina o placebo, e l’end-point primario era un composito di mortalità, demenza e disabilità. Lo studio è stato terminato in anticipo, dopo 4.7 anni di follow-up, perché le analisi dimostravano che non ci sarebbe stato alcun beneficio sull’end-point primario nel continuare il trattamento con aspirina. Ecco i risultati.

La mortalità totale è più elevata del 14% nei pazienti trattati con aspirina (HR, 1.14; 95% CI, 1.01-1.29). In particolare, si è riscontrato un aumento della mortalità per cancro (HR, 1.31; 95% CI, 1.10-1.56), come già osservato nello studio ASCEND, e peraltro a oggi inspiegabile . L’incidenza di eventi cardiovascolari è ridotta, seppur modestamente e in maniera non statisticamente significativa, dall’aspirina (HR, 0.95; 95% CI, 0.83-1.08). Questo potenziale beneficio è però controbilanciato da un eccesso di emorragie (HR, 1.38; 95% CI, 1.18-1.62). L’aspirina non ha alcun effetto sull’insorgenza di demenza e grave disabilità.

Il risultato globale emerso da questi tre grandi studi è perlomeno scoraggiante. In tre categorie diverse di individui (a rischio cardiovascolare moderato, diabetici e anziani) non affetti da malattie cardiovascolari la somministrazione di una bassa dose giornaliera di aspirina (peraltro quella raccomandata dalle linee guida internazionali) si è rivelata inefficace nel prolungare la vita e ridurre gli eventi cardiovascolari. Aumenta invece il rischio di sanguinamento e forse di cancro. Alla luce di queste evidenze appare chiaro che non tutti i pazienti traggono beneficio dalla somministrazione di aspirina in prevenzione primaria (ferma restando l’indicazione in prevenzione secondaria).

Va ricordato che già prima dei risultati di ASPREE, ARRIVE e ASCEND, nel 2016, la United States Preventive Services Task Force (USPSTF) aveva rivisto le raccomandazioni in materia, affermando che l’aspirina a basse dosi in prevenzione primaria deve essere utilizzata negli adulti di età compresa tra 50 e 59 anni con un rischio cardiovascolare a 10 anni ≥10%, non a rischio di sanguinamento, e con un’aspettativa di vita di almeno 10 anni. L’utilizzo di aspirina in individui di età compresa tra 60 e 69 anni, con un rischio cardiovascolare a 10 anni ≥10%, deve essere valutato su base individuale analizzando i potenziali rischi/benefici. Infine l’ USPSTF afferma che non vi sono prove sufficienti per raccomandare la somministrazione di aspirina in soggetti di età ≥70 anni.

 

New Engl J Med (IF=79.260) 379:1499,1509,1519;2018

I FATTORI DI RISCHIO CARDIOVASCOLARE HANNO LO STESSO IMPATTO NELL’ADULTO E NELL’ANZIANO?

Per rispondere a questa domanda ricercatori Scandinavi hanno seguito per più di 40 anni 2322 maschi, che avevano 50 anni nel 1970-74. Hanno così analizzato il variare con l’invecchiamento dell’impatto dei classici fattori di rischio cardiovascolare (BMI, LDL-colesterolo, pressione arteriosa, glicemia e fumo) su tre outcomes cardiovascolari: infarto miocardico (AMI), ictus (stroke) e insufficienza cardiaca (HF).

In generale, l’impatto dei fattori di rischio diminuisce con l’età. In particolare, all’aumentare dell’età si attenua l’impatto dell’obesità e del fumo sul rischio di infarto, e della pressione arteriosa sistolica sul rischio di ictus e insufficienza cardiaca. Rimane invece elevato il rischio di infarto dovuto all’aumento del colesterolo-LDL, e il rischio di insufficienza cardiaca dovuto all’obesità e al diabete.

Questi dati suggeriscono di adattare all’avanzare dell’età le strategie di prevenzione cardiovascolare attraverso la correzione dei tradizionali fattori di rischio.

J Amer Heart Ass (IF=4.450) 7:e007061,2018

L’ATTIVITÀ FISICA ALLUNGA LA VITA

Abbiamo già parlato su questa pagina dello studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology), che ha monitorato più di 130000 soggetti fra 35 e 70 anni di età, arruolati in 18 Paesi a diverso sviluppo socio-economico e reddito, distribuiti in 5 continenti. In questa analisi i ricercatori hanno esaminato la relazione tra quantità/tipologia di attività fisica e mortalità.

La mortalità totale è ridotta del 20% e del 35% negli individui che svolgono un’attività fisica moderata (150-750 minuti/settimana di attività fisica moderata) o intensa (>750 minuti/settimana), rispetto a quelli con una scarsa attività fisica (<150 minuti/settimana) (Figura). Come atteso, l’attività fisica riduce anche gli eventi e la mortalità cardiovascolari. Il pregio di questo studio sta, oltre che nell’ampio numero di soggetti analizzati, nella distribuzione assai eterogenea delle popolazioni esaminate. I ricercatori hanno così potuto stabilire che l’effetto protettivo dell’attività fisica è indipendente dal reddito e dalla qualità (ricreativa o lavorativa) dell’attività fisica svolta.

I ricercatori concludono che incrementare l’attività fisica è una strategia a basso costo per allungare la vita e migliorarne la qualità.

Lancet (IF=53.254) 390:2643,2017

INTEGRATORI ALIMENTARI E PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE. LA PRESA DI POSIZIONE DELL’AIIPA: “POSSONO ESSERE UTILI MA NON SOSTITUIRE UNA DIETA SANA”

Una corretta informazione scientifica sugli integratori e sul loro uso a complemento dell’alimentazione. Con questo obiettivo Integratori Italia, gruppo dell’Associazione Italiana Industrie Produttori Alimentari (AIIPA), che fa capo a Confindustria, prende posizione sulla rassegna del St. Michael’s Hospital e dell’università di Toronto, pubblicata dal Journal of the American College of Cardiology (ne abbiamo parlato la scorsa settimana). Queste le osservazioni dell’AIIPA.

Lo studio del St. Michael’s Hospital e dell’università di Toronto, attraverso una meta-analisi di 170 lavori precedenti, ha analizzato la correlazione tra l’uso di integratori di vitamine e minerali e il rischio di eventi cardiovascolari come l’infarto, o di morte per qualunque causa. I risultati di un così vasto numero di studi non sono di facile confronto, in quanto ciascuno di essi prevede l’impiego di differenti dosaggi dei vari principi presi in esame.

Inoltre, i soggetti esaminati presentano caratteristiche diverse (per età, sesso, stile di vita e stato di salute), e assumono questi principi per periodi di tempo differenti; gli integratori alimentari sono alimenti, il cui obiettivo primario è quello di integrare la normale dieta contribuendo al benessere dell’organismo. In quanto alimenti, gli integratori non possono in alcun modo fare riferimento a proprietà di prevenzione, trattamento o cura di malattie, ma solo ad effetti di natura nutritiva o fisiologica.

In particolare, gli integratori di vitamine e minerali, in Italia e nel mondo, non vengono abitualmente impiegati per ridurre il rischio di infarto o di morte, ma per obiettivi di salute differenti, come il completamento dell’apporto dietetico degli stessi composti (si pensi all’uso della vitamina B12 nei vegani o degli integratori di Calcio e vitamina D nelle persone a rischio di osteoporosi), e comunque a supporto delle funzioni fisiologiche di soggetti sani.

Il miglioramento dello stato complessivo di salute che può essere ottenuto impiegando correttamente questi composti è confermato da una normativa europea rappresentata dal Regolamento (CE) 1924/2006 sui claims che ha sottoposto a valutazione da parte di Efsa e ad autorizzazione le indicazioni sulla salute attualmente utilizzabili. Lo studio ha documentato l’effetto protettivo di alcune vitamine del gruppo B sul rischio di ictus e la riduzione, associata all’uso dei multivitaminici, della mortalità per tutte le cause (-5%), che sfiora la significatività statistica (p=0.12).

In conclusione, l’AIIPA ribadisce che gli integratori non possono in alcun modo sostituire una dieta sana ed equilibrata, ma il loro uso può essere utile in particolari momenti della vita, come ad esempio la gravidanza e la menopausa, o nel supportare le funzioni fisiologiche del nostro organismo al fine di mantenere un buono stato di salute.

INTEGRATORI ALIMENTARI (VITAMINE E MINERALI) NELLA PREVENZIIONE CARDIOVASCOLARE

Ricercatori franco-canadesi hanno condotto una meta-analisi per verificare l’efficacia di integratori alimentari contenenti vitamine e/o minerali nella prevenzione cardiovascolare. Hanno esaminato 179 studi randomizzati, i cui risultati sono stati pubblicati tra il 2012 e il 2017.

 

 

Nessuno dei 4 integratori più utilizzati (multivitaminici, vitamina C, vitamina D e calcio) riduce in modo significativo gli eventi cardiovascolari e la mortalità. 4 integratori producono effetti significativi su eventi cardiovascolari e mortalità. L’acido folico riduce del 20% gli ictus e del 17% gli eventi cardiovascolari. La vitamina B riduce del 10% gli ictus. La vitamina B3 (acido nicotinico o niacina) e gli antiossidanti aumentano la mortalità totale del 4% e del 6%.

Gli Autori concludono che non è dimostrata l’efficacia di integratori a base di vitamine e minerali nel ridurre gli eventi cardiovascolari e la mortalità; pertanto, il rischio/beneficio del loro utilizzo deve essere accuratamente valutato.

J Amer Coll Cardiol (IF=16.834) 71:2570,2018

MANGIAMO MEDITERRANEO! COSİ SI RIDUCONO GLI EVENTI CARDIOVASCOLARI

Studi di coorte osservazionali e uno studio di prevenzione secondaria hanno mostrato una associazione inversa tra aderenza alla dieta mediterranea e rischio cardiovascolare. Ricercatori coordinati da Ramón Estruch dell’Instituto de Salud Carlos III di Madrid hanno aggiunto un ulteriore mattoncino a favore della dieta mediterranea con lo studio PREDIMED (Prevención con Dieta Mediterránea), uno studio prospettico di prevenzione primaria, che ha arruolato 7.447 individui (55-80 anni, 57% donne) ad alto rischio cardiovascolare, ma senza malattia cardiovascolare all’arruolamento. I partecipanti sono stati suddivisi in 3 gruppi: a un gruppo (n=2543) è stata prescritta dieta mediterranea integrata con olio d’oliva extravergine (almeno 4 cucchiai al giorno), a un gruppo (n=2454) una dieta mediterranea integrata con frutta secca mista (30 gr. al giorno di noci, nocciole e mandorle) e a un terzo gruppo (n=2450) una dieta controllata standard. L’endpoint primario era un evento cardiovascolare maggiore (MCE: infarto miocardico, ictus o morte per cause cardiovascolari).

Durante il follow-up di 4.8 anni si sono verificati 288 MCE: 96 nel gruppo dieta mediterranea+olio d’oliva, 83 nel gruppo dieta mediterranea+frutta secca, 109 nel gruppo controllo. La dieta mediterranea ha ridotto gli eventi del 31% quando integrata con olio d’oliva e del 28% quando intergrata con frutta secca.

New Engl J Med (IF=79.258) 378:e34,2018

RIDUZIONE DEL COLESTEROLO LDL NELLA PREVENZIONE SECONDARIA: BENEFICI DI UN TRATTAMENTO INTENSIVO

Negli ultimi anni i pazienti con ipercolesterolemia hanno potuto beneficiare dell’introduzione di nuovi farmaci che hanno consentito il raggiungimento di livelli di colesterolo LDL (LDL-C) molto bassi. Una domanda ricorrente tra esperti, medici e pazienti riguarda l’eventuale beneficio, in termini di riduzione del rischio, ottenibile con il raggiungimento di valori così bassi di LDL-C. Per rispondere, è stata recentemente condotta una meta-analisi di trials randomizzati e controllati che hanno arruolato un numero minimo di 500 pazienti in trattamento con statine (15 trials), ezetimibe (1 trial) o inibitori di PCSK9 (3 trials), seguendoli in follow-up per almeno un anno. 19 trials per un totale di 152.507 pazienti, che hanno seguito una terapia più intensiva (statina ad alte dosi, combinazione di statina ed ezetimibe/anti-PCSK9; n=76.678) o meno intensiva (n=75.829) dell’ipercolesterolemia.

Gli eventi cardiovascolari maggiori (morte cardiovascolare, infarto, rivascolarizzazione coronarica e ictus) si riducono del 19% nei pazienti in trattamento intensivo. La riduzione degli eventi è maggiore tanto maggiori sono i valori basali di LDL-C e la riduzione di tali livelli prodotta dalla terapia (Figura).

Eur Heart J (IF=20.212) 39:1172,2018

L’ALIMENTAZIONE NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE CRONICHE

Tutto è iniziato, ormai molti anni fa, con le diete per perdere peso. Poi si è andato affermando il concetto che una corretta alimentazione possa contribuire alla prevenzione delle malattie. Infine si è arrivati ad affermare che con l’alimentazione si possano addirittura curare alcune malattie, messaggio fuorviante e pericoloso, spesso proposto da individui con pochi scrupoli a pazienti logorati da lunghe malattie.
Se, come sempre facciamo su questa pagina, il giudizio si basa su robuste evidenze scientifiche, il messaggio corretto è: una corretta alimentazione aiuta nella prevenzione delle malattie croniche, non sostituendosi alle terapie farmacologiche quando queste sono indicate e necessarie.
Quando consideriamo le evidenze scientifiche, la prima distinzione da fare, esaminando gli studi di nutrizione, è tra studi di intervento e studi osservazionali. Nei primi si può essere certi dei “pattern alimentari” (quantità, proporzioni, varietà, combinazioni di diversi alimenti e bevande, frequenza con la quale vengono consumati) in quanto direttamente definiti dai ricercatori; nei secondi, in cui i dati sull’alimentazione sono spesso auto-riferiti dai partecipanti, l’effettivo pattern alimentare è più incerto, e altrettanto meno certa è la credibilità del risultato. Va da sé che le evidenze più robuste sono quelle che derivano dai trial clinici randomizzati (di intervento), visto che il loro disegno minimizza il rischio di “errori” procedurali. Un’ottima revisione dei dati scientifici disponibili è stata recentemente condotta da un team internazionale guidato da MB Schulze, e pubblicata sul British Medical Journal. Ecco i messaggi principali.
Nel considerare singoli alimenti, è chiaro che un elevato consumo di cereali integrali si associa a una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2, eventi cardiovascolari, ictus e cancro; al contrario l’assunzione di carni processate e di carni rosse non processate si associata a un aumento del rischio. Per altri alimenti le evidenze sono meno consistenti e spesso relative a una singola patologia. Per esempio, il consumo di frutta e verdura è associato a un minor rischio di cancro, infarto e ictus, ma non di diabete di tipo 2. L’assunzione di latticini fermentati sembra produrre in maniera abbastanza convincente una riduzione del rischio di malattie cardio-metaboliche, e il consumo di latticini in genere sembra rilevante nel ridurre il rischio di cancro del colon retto. Le bevande zuccherate aumentano il rischio di diabete di tipo 2, infarto, ictus. Il consumo di caffè (l’optimum viene fissato sulle 3-5 tazze al giorno) è associato invece a un ridotto rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, e svariati tumori.

Per quanto riguarda i “pattern alimentari”, la cosiddetta dieta mediterranea, che privilegia il consumo di frutta (fresca e secca), vegetali, legumi, cereali e pesce, limitando invece carne e latticini, emerge ancora una volta come alimentazione ideale, essendo chiaramente associata a un ridotto rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari (incluse fibrillazione atriale e arteriopatia periferica) e vari tipi di cancro.

BMJ (IF=20.785) 361:K2396,2018